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Il Mes, la scuola, il cashless di Stato e la bomba di Nagel

Finita l’estate, finita la pacchia, si alza la posta. Il referendum, le elezioni regionali, il Mes, la scuola. E poi la Borsa, la rete unica, il futuro di Mps, ci aspettano settimane di scazzi decisivi per le sorti di un equilibrio politico-sociale-economico assai precario che per forza di cose ne uscirà definitivamente spezzato o rafforzato per un bel po’.

In questa sospensione pandemica il timore che qualcosa prima o poi possa deflagrare cresce. Il fatto è che con una politica e un dibattito che si cibano di allarmismi e demagogia è sempre più difficile capire dove stia il problema e dove la chiacchiera. Chi prova a fare ordine ne esce scottato. Vedi il caso Draghi: l’ex presidente Bce a Rimini ha sfoderato un discorso semplice e feroce, ma più che le sue parole a riecheggiare sono state le aspirazioni presunte e reali in ambito politico.

La bomba di Alberto Nagel e tutte le altre

E’ così che merita di essere letta la sparata di Alberto Nagel, in settimana audito in Commissione banche, pseudo tribunale politico non solo delle banche ma di tutti i mali della finanza nostrana e annessi poteri deboli e forti. L’amministratore delegato di Mediobanca parla di rado, e quando lo fa sceglie bene le parole.  E così ha detto una cosa che si è fatta sentire: le regole Bce, nel frattempo recepite dalla legislazione europea, che obbligheranno le banche a fare accantonamenti automatici sui crediti deteriorati sono una bomba atomica. Motivo: con la pandemia gli Npl saranno una marea e così le coperture necessarie rischiano di dare il colpo di grazia a un sistema creditizio già provato dalle tante crisi. Ci sta. Le norme in questione sono un tipico esempio di regole anticicliche pensate per prevenire guai peggiori, ma ora che i guai sono arrivati rischiano di moltiplicarne l’effetto se non saranno cambiate in tempo. Dunque qui in Kordusio il sospetto è che di bombe atomiche intorno a noi ce ne siano più d’una.

Alluvione o irrigazione

Dai mali probabili ai rimedi possibili, arriviamo alla marea di fondi europei che sta per inondare l’Italia. Sperando che arrivi davvero e in tempi utili (e c’è chi, come il presidente Abi Antonio Patuelli, conserva qualche legittima preoccupazione al riguardo), come sarà usata?  Sarà un’alluvione o una salvifica irrigazione per un paese inaridito dalla cronica carenza di investimenti? Pur tacendo del Mes, ancora in questi giorni oggetto di un surreale anti-dibattito interno alla maggioranza giallorossa che ha qui uno dei suoi tabù fondativi, assistiamo al rifiorire di progetti che ambiscono a essere coperti dalle risorse comunitarie. Tanti, forse troppi, si vedrà cosa salterà fuori.

Una questione di onestà generazionale

Intanto, un dubbio di fondo: le risorse, pur regalate o quasi, sono comunque in gran parte a debito e quindi a carico dei nostri figli e nipoti. Dunque devono mobilitare investimenti di cui possano beneficiare anche loro. E’ una questione di onestà generazionale. Che peraltro non vale solo per tutto ciò che sarà coperto dalle risorse pandemiche.

L’approccio al rientro a scuola o la proposta del cashless di Stato, che vedrebbe il Tesoro rimbosare il 10% di qualsivoglia spesa (un divano, una magnum di amarone, un telefono cellulare) purché pagata con carta, ci lasciano sbigottiti qui in Kordusio. C’è modo e modo di gestire le situazioni complesse e spingere i consumi, pur in tempi di covid ed  helicopter money.

Il tavolo Confidustria-sindacati e la sfida dei contratti

C’è un nuovo banco di prova che la dirà lunga se l’obiettivo è costruire qualcosa o accontentare qualcuno pensando alle prossime elezioni: la riforma fiscale e quella dei contratti di lavoro, che la ritrovata e benedetta voglia di dialogo tra la Confidustria di Carlo Bonomi e i sindacati è incoraggiante premessa. Qui e là si sente di nuovo parlare di bonus da infilare in busta paga da 80 euro. Che furono una delle tante cause dell’inizio della fine di Matteo Renzi: con le pacche sulle spalle, ormai, non si va più lontano neanche in Italia.