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Da Mps ad Autostrade, perché non si vota solo per le regionali e il referendum

Oggi e domani si vota per tante cose: le regionali, il referendum, lo stato di salute del governo. Ma un po’ anche per Mps, Popolare Bari, Atlantia-Autostrade e la rete unica tlc.

Politicamente la situazione è troppo paludosa per immaginare effetti tellurici, qualunque sia il risultato nelle regioni in cui si faranno i conti che contano. Ma certo l’esito andrà a incidere su equilibri e rapporti di forze dentro la maggioranza giallorossa e nelle varie componenti che si annidano nelle due sponde. Ed è qui che si spalmano e si divaricano gli interessi su quattro partite finanziarie che sanno di potere, territorio e – in ultimo – visioni strategiche che vedono il fronte tutt’altro che compatto.

Lo stagno di Bari

A Bari, con la sua Popolare ancora in cerca di futuro, c’è il caso più eclatante e per certi aspetti aberrante. L’istituto langue da anni e dopo un aumento a carico dello Stato e delle banche sane serve uscire al più presto dalla gestione commissariale iniziata a fine 2019: il Mediocredito centrale, statale e neo azionista di riferimento, da mesi chiede che si torni alla normalità, si convochi l’assemblea e si nomini un cda come si conviene. Tutto pareva pronto a fine agosto, poi però la quadra sul nuovo cda non si è trovata in seno alla maggioranza (e dove sennò?) e così si è preferito aspettare il voto. Visto tra l’altro che si rinnova anche la Regione, dove l’uscente Emiliano nei giorni scorsi ha buttato lì l’ingresso della Puglia nel capitale della banca. Dunque pesi e misure usciranno dalle urne, con buona pace di un istituto che in teoria avrebbe bisogno di archiviare per sempre un passato da crocevia di interessi, anzitutto politici.

Le contrade di Siena

Da un crocevia all’altro, eccoci a Siena. Dove c’è il Monte dei Paschi, che l’Europa vuole rivedere privato entro fine 2021 e tra poche settimane chiederà ai soci (cioè allo Stato, che la controlla) il permesso di cedere alla società statale Amco buona parte dei suoi crediti deteriorati. C’è una bozza di decreto, preparata dal Tesoro e consegnata a Palazzo Chigi, che mette nero su bianco le tappe del ritorno al mercato della banca più antica del mondo, ma intanto c’è anche – soprattutto nelle file M5S – chi culla ancora sogni di nazionalizzazione completa e definitiva. Per non sbagliare, il decreto è rimasto sulla scrivania del premier Conte: si vedrà dopo le urne quanto pesano i vari gruppi, e si deciderà (forse) dove andare.

Caselli e tlc

Ha preferito aspettare e rinviare a giovedì le grandi decisioni anche il cda di Atlantia, che a fine luglio in teoria ha deciso insieme al Governo e Cdp come e quando uscire da Autostrade ma poi tutto si è bloccato per prevedibili questioni di prezzo. Sarà rottura? Può darsi, visto che i Benetton paiono disposti a vendere senza preoccuparsi troppo di chi compra. Ma meglio aspettare le urne, confidando – è probabile – in un ridimensionamento degli acerrimi nemici pentastellati.

E poi c’è la rete unica tlc. Di mezzo c’è il governo ma anche molto mercato, e poi Cdp, Enel, Telecom. Rispetto alle altre è partita molto più complessa e strategica per le ambizioni tecnologiche del Paese: per andare avanti su una strada lunga serve un governo solido capace non solo di scegliere ma anche di imporre le sue scelte.

L’affluenza si preannuncia bassa, ma gli interessi ci sono. E paiono piuttosto alti.