Il giorno della verità per il Mes

La scintilla che si è accesa intorno al Mes ha risvegliato anche gli animi qui in Kordusio, in letargo da tempo.

Quanto accaduto ieri – che sia un caso o no – è importante perché mette in chiaro la realtà delle cose, separando i fatti dalla politica.

Vediamo perché.

La lettera del Tesoro

In una lettera inviata dalla Commissione Esteri della Camera (peraltro presieduta non da un deputato qualunque ma da Giulio Tremonti), il capo di Gabinetto del Mef, Stefano Varone (un tecnico navigato, abituato a districarsi tra le correnti che agitano le acque di Ministeri e Palazzo Chigi) a domanda ha risposto sugli impatti che la ratifica potrebbe avere sull’Italia.

Eccole.

“Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica, dalla ratifica del suddetto accordo non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del meccanismo europeo di stabilita’ del 2012”.
E poi.  “Con riferimento a eventuali effetti indiretti in linea generale questi appaiono di difficile valutazione. (…) Ciò premesso, non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione. Inoltre non si ha notizia che un peggioramento del rischio del Mes sia stato evidenziato da altri soggetti quali le agenzie di rating, che hanno invero confermato la piu’ alta valutazione attribuitagli anche dopo la firma degli accordi sulla riforma”.

Infine: “Rispetto alla prospettiva degli Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati”.

Parole ovvie

Le parole che hanno scatenato un terremoto politico, e c’è chi vede una nuova pesante frattura tra Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (chissà che cosa si sono detti quando nel pomeriggio si sono incontrati al discorso del capo della Guardia di Finanza, nella foto, peraltro scelto dalla Premier).

Il fatto è che il capo di gabinetto di via XX Settembre ha scritto delle ovvietà, che qualunque analista o qualunque funzionario di qualunque istituzione che si occupa di mercati avrebbe potuto scrivere: il Mes, nei fatti, è una sorta polizza assicurativa che difficilmente potrà nuocere a chi se ne dota. Che al massimo, potrà sempre decidere di non usarla.

Cosa succede ora

Qui finiscono i fatti. E comincia la politica: aderire al Mes significa fare un passo avanti nel processo di integrazione europea, creando le premesse per nuovi passi –  richieste, offerte, strumenti comuni – verso una maggiore coesione che solo i contesti economici e politici futuri (mai così incerti) potranno determinare e mettere alla prova. Questo vale per tutti i Paesi membri dell’Ue, ma certo per alcuni è uno scalino più impegnativo: la Germania l’ha sperimentato per anni con il “processo” della Corte di Karlsruhe alla politica monetaria della Bce di Mario Draghi, l’Italia lo sta vivendo con il tormentato dibattito sul Mes.

Al di là dei retroscena, quanto accaduto nella giornata di ieri – segnata anche dal rialzo delle stime di crescita per l’Italia da parte di Fitch, che è passata  a +1,1% dal +0,5% atteso a marzo – aiuta a capire che la questione del Mes è tutta politica.

Finora l’Italia ha scelto di temporeggiare, per comprensibili ragioni negoziali. Ma il 30 inizia il dibattito in Parlamento per la ratifica, e dalle parole si arriverà – finalmente – a un fatto.

Quella iniziata ieri sarà una calda estate?