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Il vecchio muore, i mercati ballano, lo Stato gongola: Samsung docet

Nulla sarà più come prima, dopo la morte di Lee Kun-hee.

Il presidente di Samsung e figlio del fondatore, è morto ieri. Oggi la Borsa ha fatto festa, e il Fisco pure.

Perché i numerosi eredi dovranno fare i conti con una maxi-tassa di successione da oltre 9 miliardi di dollari. E’ più della metà di quanto possedeva il magnate koreano, ma d’altronde a Seul funziona così: il prelievo fiscale in casi come questi è pari al 65%, con la magra consolazione di poterlo spalmare su cinque anni.

E allora, ragiona la Borsa, da qui al 2025 l’impero di telefoni, tv e molto altro potrebbe essere smantellato a colpi di cessioni ed extra-dividendi per consentire alla famiglia di mantenerne il controllo.

Un eccesso di euforia, probabilmente. Difficile che in casa Lee non abbiano pensato per tempo alla successione di un imprenditore fuori gioco da anni, da quando un infarto aveva nei fatti passato le redini nelle mani del figlio,  Lee Jae-yong, conosciuto in Italia per aver fatto parte del cda di Exor.

I manuali insegnano che il passaggio dalla seconda alla terza generazione è tra i più delicati per le imprese famigliari. E Samsung non fa eccezione.

Lee Kun-hee era noto per un detto con cui esortava i suoi “Cambia sempre tutto, tranne che moglie e figli!“. Chissà cosa c’è da attendersi adesso.