Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
c17359af-fb2a-4882-8ad1-5fa878edbd18

Il complotto pessimista contro Salvini, Di Maio & Co.

Lunga vita a tristi, mugugnoni, rancorosi e menagrami. Abbasso gli ottimisti. Va così in Italia, oggi (anzi ieri) se davvero può capitare che qualche grigio (e probabilmente fannullone, o venduto) funzionario dell’Ufficio parlamentare di bilancio si permetta di rispedire al mittente, cioè al governo, le previsioni contenute nell’aggioramento al Def bollandole come troppo ottimiste. Anzi, come colpevoli di “eccesso di ottimismo”.

L’ufficio si avvale di esperti esterni come Prometeia e Cer, ma evidentemente anche loro soffrono di una qualche forma di allergia alla crescita felice se ritengono non praticabile quel modesto +1,5% del Pil nel 2019 previsto dal governo. 

Così è se ci pare. Ma anche no.

Nel suo burocratese spinto, l’Upb ha puntato il dito su una questione centrale: quanta fiducia è lecito, oggi, avere nelle potenzialità di ripresa dell’Italia di domani. O meglio: quanto si può essere ottimisti sullo stato di salute del Paese e sull’efficacia delle misure ricostituenti in via di somministrazione.

Molto, secondo il Governo. Che immagina effetti immediati da quel mix a base di reddito di cittadinanza targato 5 stelle + abolizione della Fornero voluta dalla Lega  + investimenti pubblici teorizzati da Savona. E’ di qui, da questa combinazione, che il ministro Tria ha scritto quei numeri che oggi dovrà ancora una volta difendere prima di tirare un po’ il fiato nel lungo volo verso Bali, dove c’è il Fondo monetario che lo aspetta.

A differenza del vice premier Di Maio, che ha volato in Economy, con gli straordinari di questi giorni il ministro del Tesoro si è probabilmente meritato un biglietto di business class. E farà bene a usarlo, perché all’Fmi non lo aspettano buone notizie: arrivano da lì, infatti, le cifre che ieri hanno rivisto al ribasso le previsioni formulate ad aprile. In Italia, secondo il Fondo, il Pil salirà dell’1,2% nel 2018 e dell’1,0% nel 2019, dopo il +1,5% del 2017. 

In pratica, i ricercatori alle dipendenze di Christine Lagarde sono assai meno ottimisti di Giuseppe Conte e dei suoi ministri.

Chi ha ragione? Per saperlo non bisognerà aspettare il2019. Rischiamo di scoprirlo presto, e difficilmente sarà una bella sorpresa. Avanti così ancora qualche settimana e il solito, noioso spread renderà la situazione troppo costosa – cioè insostenibile- per lo Stato, le banche, le imprese e le famiglie. 

Perché gli investitori, a cui da anni si fanno promesse puntualmente disattese (come scrive Vittorio Carlini oggi sul Sole) non sono né pessimisti nè ottimisti. Sono realisti, e nel dubbio vendono.