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Non solo Mps, Popolare Vicenza e Veneto Banca: perché il 2016 è stato un anno da dimenticare per (quasi) tutte le banche italiane.

Se in un’azienda salgono i costi e scendono i ricavi tira una brutta aria. E in banca non cambia. Con una differenza, però: nel credito molto più che negli altri settori a fare la differenza è il contesto, dunque se il momento è critico molto probabilmente lo sarà per tutti. O quasi.

È quanto sta capitando alle banche italiane. Ci sono alcuni grossi guai, vale a dire Mps, Popolare Vicenza e Veneto Banca, di cui molto si legge e qui umilmente si scrive. Si tratta dei casi più gravi di un settore che, però, nel suo complesso non se la passa bene. Perché se è vero che le tre banche di cui sopra oggi pagano il conto degli errori – gravissimi – commessi in passato, quel conto oggi si paga con gli interessi dovuti a una situazione generale difficile anche per chi quegli errori non li ha commessi.

Bastano due dati a spiegarlo. Pubblicati nientepopodimeoche dalla Banca d’Italia alla fine della settimana scorsa, con il Bollettino economico di aprile. Nel consueto affresco sull’economia italiana c’è un approfondimento dedicato al credito in cui emerge che il rendimento del capitale e delle riserve (ROE) dei gruppi significativi è sceso a -9,9 per cento, rispetto al 3,5 per cento nel 2015. È un indicatore determinante. Una banca, come una qualsiasi impresa, non è un’organizzazione di beneficienza: sta in piedi e si giustifica nella misura in cui è in grado di remunerare il capitale, cioè di offrire un rendimento a chi vi ha investito. Il 3,5 del 2015 era già molto basso, il -9,9 parla da solo.

Come si spiega? Nel dettaglio, Bankitalia – facendo un’eccezione alla regola secondo cui cita solo occasionalmente casi specifici – dice che «il risultato è in parte riconducibile alle rettifiche straordinarie su crediti di UniCredit», che in effetti nell’ultima parte dell’anno ha svalutato per circa 13 miliardi il suo portafoglio di partecipazioni e soprattutto di crediti deteriorati. Tuttavia, poche righe dopo nello stesso fascicolo si legge che il margine di intermediazione – cioè i ricavi complessivi – è diminuito del 7,2 per cento, principalmente a seguito della riduzione del margine di interesse (-7,1 per cento), che è l’attività tipica di una banca, ricevere e prestare denaro. Mentre scendeva il fatturato, i costi operativi aumentavano del 3,7 per cento, in gran parte legati ai contributi straordinari versati dalle banche al Fondo nazionale di risoluzione e dei maggiori oneri connessi con i piani di incentivazione all’esodo di parte del personale. Tradotto: i costi salgono perché sale il conto dei salvataggi e sale la spesa per le uscite anticipate dei dipendenti in esubero.

Ogni caso vale per sé, e per fortuna insieme ai malati gravi c’è qualcuno in buona salute (non li nominiamo, sono noti). Il 2017, soprattutto se la Bce dovesse decidere di alzare i tassi – e quindi di dare indirettamente una spintarella al margine d’interesse – potrebbe essere meglio. Ma alcuni trend, soprattutto alla voce costi (svalutazioni Npl, esuberi e salvataggi), rischiano di essere invariati.