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Alitalia, UniCredit, Palenzona, Mps, Deutsche, Carige: questa settimana forse ho capito che

Eni, stante il piano industriale presentato mercoledì, di qui al 2020 punta a confermare redditività e dividendi. Come? Soprattutto grazie alle nuove scoperte di idrocarburi, previste – appunto – in crescita nonostante una riduzione degli investimenti per le esplorazioni.

Alitalia vola ancora basso, ma anche stavolta dovrebbe scampare lo schianto: in settimana una bozza di piano industriale ha preso forma, non pare soddisfare completamente Intesa e UniCredit, creditrici e azioniste, ma le due banche non hanno interesse a far fallire la compagnia (come ha ricordato Carlo Messina giovedì sera da New York) e pertanto si profila l’arrivo di nuove risorse. Lunedì prossimo potrebbe tenersi un cda decisivo. In cabina di pilotaggio si prepara ad arrivare l’ex dg Rai Luigi Gubitosi. Auguri: gli toccherà partire da un piano con 2mila esuberi, risparmi annui per circa 200 milioni e una riconversione al medio-lungo raggio tutt’altro che agevole.

Alitalia ha in parte rovinato la festa di UniCredit, che lunedì ha definitivamente chiuso il suo aumento di capitale da 13 miliardi (il iù grande di sempre per l’Italia). La banca resterà indipendente e italiana, ha ricordato l’ad Jean Pierre Mustier, che nel board di Alitalia è stato fino a un anno fa e ora per la sua prima uscita dopo l’aumento ha scelto la platea più pop possibile, cioè la convention della Fabi. Altro messaggio: qui comando io, se è vero che le uniche pressioni sono quelle che ricevo da me stesso. Poche ore dopo Fabrizio Palenzona si è dimesso da vice presidente (resterà comunque in consiglio e finirà la legislatura).

Insieme a Mustier, tra i grandi protagonisti della convention Fabi organizzata dal potente Lando Sileoni c’era anche Marco Morelli, ceo di Mps. Molto più gloomy, inevitabilmente, del francese: ci vorrà tempo per riconquistare la fiducia di cui godeva la banca, ha detto. E ci vorrà tempo anche a superare le forche caudine di Bce e Commissione europea, da cui la banca deve farsi approvare il piano industriale per poter incassare l’aumento da 8,8 miliardi in gran parte a carico dello Stato. Chi segue la trattativa dice che lo stallo è totale: Bce vuole il massimo capitale possibile, Commissione europea il minimo perché si tratta di risorse pubbliche.

A proposito di piani, da martedì anche Carige ha il suo. Ricorda quello di UniCredit, in piccolo: qui i soldi ce li deve mettere anzitutto l’azionista di maggioranza, la famiglia Malacalza, e quindi l’aumento non supererà i 450 milioni. Ma oltre al futuro, in Carige si pensa ancora al passato: all’assemblea di fine marzo i soci voteranno l’azione di responsabilità contro Giovanni Berneschi e il duo che l’ha seguito, Montani-Castelbarco. Difficile comprendere l’accanimento contro gli ultimi due, o per lo meno fa un certo effetto vederli paragonati a Berneschi. La parola ai soci.

A una settimana dall’annuncio di aver riposto nel cassetto ogni ambizione su Generali, Intesa Sanpaolo è quasi tornata ai livelli precedenti alle indiscrezioni di stampa, che avevano fatto precipitare il suo titolo e volare il Leone: ha chiuso la settimana a 2,33 euro, cinque settimane prima era a 2,40.

Fuori dall’Italia, si torna a parlare di Deutsche Bank. Che starebbe preparando un aumento da 8 miliardi: mal comune mezzo gaudio.

E sempre in Germania, accordo fatto per fondere Opel con Psa: l’annuncio è previsto lunedì mattina poco prima dell’apertura del salone di Ginevra. Liberata di Opel, Gm potrebbe tornare in pista per le nozze con Fca, sicuramente gradite a Sergio Marchionne che (almeno in Ferrari) resterà alla guida almeno fino al 2021.