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UniCredit e Carige, due facce della stessa medaglia

Diverse per dimensioni, storia e molto altro, UniCredit e Carige si trovano unite nello stesso destino: tanti crediti deteriorati e (quindi) pochi utili, tante svalutazioni e (quindi) la necessità di un aumento di capitale, tante filiali e (quindi) il bisogno di una strutturale riorganizzazione.

Viste le premesse, non c’è molto spazio per la fantasia e infatti le due banche sono sulla stessa strada: sotto il pressing della vigilanza Bce, hanno predisposto due piani a base di ricapitalizzazione, cessione Npl e alleggerimento della struttura.

Ma qui si arriva alla differenza.

UniCredit, con un manager francese appena arrivato in sella (e un po’ outsider) e con una struttura proprietaria da public company – i numerosi aumenti degli anni passati hanno diluito le fondazioni ed emarginato i cassettisti – ha preso il toro per le corna: aumento-monstre da 13 miliardi, pulizie generali, chiusura di centinaia di filiali. In pratica, la banca si è alzata l’asticella da sola, e il mercato ha risposto positivamente: soprattutto i fondi, i grandi investitori istituzionali, che alla fine avranno circa il 70% della banca.

A Genova invece c’è un grande socio di riferimento, la famiglia Malacalza, che due anni fa ha investito circa 250 milioni nella banca e oggi nei fatti è al comando con una quota di circa il 17%; con loro, altri soci più piccoli – come l’industriale Volpi – che a loro volta di soldi ce ne hanno messi parecchi. Di qui per Carige la necessità di un piano più prudente: aumento “fino a un massimo di” 450 milioni per evitare il rischio di pesanti diluizione e cessione progressiva dei crediti in sofferenza, in modo da ottimizzarne i prezzi.

Il piano è stato inviato a Francoforte martedì sera dopo il consiglio, si aspetta la risposta della Bce. Ma forse sarà ancora più interessante capire la reazione del mercato: il caso UniCredit per ora ha dimostrato che una public company – coraggiosa – può voltare pagina pensando in grande, dalla vicenda Carige si capirà se la svolta è alla portata anche di una banca con un azionariato “tradizionale”. Dove, per forza di cose, la coperta è più corta.

 

  • arthemis |

    @Mario

    finché i risparmi rendevano, i piccoli azionisti non si sono lamentati…
    Le banche devono cambiare la dirigenza, i controllori devono iniziare a farlo davvero, ma noi risparmiatori dobbiamo metterci a studiare per non rimanere nella condizione di sottoscrivere contratti di cui capiamo poco.

  • Mario Ronchetta |

    Tutti si preoccupano della sorte della Banca ma nessuno pensa ai molti piccoli azionisti che hanno perso tuttii loro risparmi, frutto di anni di sacrifici

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