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Non dite a mia moglie che mi son fatto la bad bank

Quando ci sembra di avere la casa piena di cose che non ci servono più, o anzi che ci opprimono con la loro presenza, ci rubano spazio, ci tolgono il fiato… che facciamo? Qualcuno butta, altri regalano, molti – io per primo – prendono alcuni scatoloni, li riempiono fino all’orlo e poi li portano in cantina o in garage. Dicendosi che si tratta di soluzione provvisoria: non appena ci sarà il tempo, si farà un’accurata selezione di ciò che ancora serve, di quello che merita di essere venduto su eBay e di quanto va definitivamente buttato.

Palle.

La roba resta lì. Se è in cantina ammufisce, si inumidisce se è a terra, comunque si impolvera. E poi, soprattutto, si dimentica. Se invece è in garage, peggio ancora: complica la manovra, riga la macchina, scassa la bici, e poi quando il cartone si sfonda richiede un sacco di tempo per essere smaltita.

Questa storia mi viene in mente ogni volta che sento di parlare un’azienda che costruisce la sua bad company (come aveva fatto Alitalia qualche anno fa). O di bad bank, cioè di un veicolo in cui una banca butta i suoi crediti deteriorati.  Andrea Enria, dell’Eba, ne ha proposta una gigantesca per tutta Europa: non tutti sono d’accordo, ma vale la pena di parlarne.

Prima ancora che finanziaria, è una questione sociologica. Risponde alla necessità di fare ordine, di separare il buono dal cattivo, di togliere dalla vista il brutto e tenersi il bello. Peggio ancora: di valorizzare ciò che ha già valore e di dimenticare ciò che ne ha poco.

Occhio, però.

Perché finchè i libri, i vestiti, la tv della nonna sono in cantina, ce li abbiamo sul groppone. E quante volte, quando scendiamo due o tre anni dopo, ci diciamo che era meglio farla fuori subito, tutta questa roba, o salvarla finché valeva qualcosa?

Anche perché prima o poi si cambia casa, o arriva l’amministratore a fare un’ispezione. E allora sono cazzi.

Dunque: maneggiare con cura.

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